Il mio talento ha importanza?

Come un infortunio mi ha portato a realizzare l’importanza di ogni membro nel corpo di Cristo.

Scritto da Charis Petkau
Il mio talento ha importanza?

Come un infortunio mi ha portato a realizzare l’importanza di ogni membro nel corpo di Cristo.

Recentemente ho subito un infortunio al braccio destro, che ha richiesto l’immobilizzazione del mio polso e del pollice destro con una stecca per una settimana.  Nessun problema, pensavo. Ho ancora la mia mano sinistra e le dita della mia mano destra. Questo atteggiamento è durato fino a quando ho provato a fare cose semplici come lavarmi i denti, vestirmi, aprire una bottiglia d’acqua, mangiare, ecc. Ho capito subito che ero abbastanza handicappato poiché non avevo la possibilità di muovere il mio pollice destro per afferrare o prendere qualcosa.

Questa situazione mi ha fatto pensare ai versetti in Romani 12:4-6, “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l’uno dell’altro.  Avendo pertanto doni differenti secondo la grazia che ci è stata concessa, utilizziamole…”

Sappiamo che abbiamo diverse membra che compongono il nostro corpo fisico e alcune volte diamo per scontato che facciano il loro lavoro o i loro compiti.  Ad esempio, quanto tempo viene speso per i capelli o il volto di una persona? D’altra parte, quante volte il pollice destro è al centro dell’attenzione? Ho scoperto, dopo che il mio pollice era diventato incapace di fare i suoi incarichi, come anche le membra del corpo apparentemente insignificanti siano importanti e contribuiscano al funzionamento del corpo. Le altre membra del corpo fanno del loro meglio per compensare l’handicap, ma non è la stessa cosa.

Allo stesso modo, è facile confrontare me stesso con gli altri e desiderare di essere più simile ad un altro membro del corpo di Cristo che è più visibile. Tuttavia, non solo il pollice non può svolgere il lavoro del viso, ma facendolo, non compie il suo lavoro. È solo quando uso i doni e la grazia che mi sono stati dati nella mia situazione che posso edificare il corpo di Cristo. (Efesini 4:12) Dio ha dato ad ognuno di noi doni e compiti specifici da fare nel ministero. Questi compiti contribuiscono al lavoro che Dio ha programmato nella costruzione della sua chiesa, indipendentemente dal fatto che i compiti siano visibili e notati o nascosti e non apprezzati esteriormente. Quando sono fedele laddove Dio mi ha posto, invece di desiderare o ambire a un compito o un insieme di situazioni diverse, allora partecipo al buon funzionamento del corpo. È evidente che confrontarmi con gli altri è molto pericoloso, dal momento che spesso mi porta a disprezzare quello che Dio mi ha dato da fare.

Nella parabola dei talenti in Matteo 25, l’uomo con un solo talento nascose il suo nel terreno e non ne fece nulla. Ma era un talento e gli era stato dato per usarlo, investirlo e per lavorarci. Allo stesso modo è facile ascoltare questi pensieri di inferiorità, insicurezza o ingratitudine e pensare che probabilmente, se è così che ho solo “un talento,” in ogni caso non farà una grande differenza nel quadro generale. Chi se ne accorgerà se uso o nascondo il mio talento? Questo infortunio mi ha fatto capire che anche il membro più insignificante, trascurato e non apprezzato del mio corpo ha in realtà un compito estremamente importante da fare, che impatta enormemente sul funzionamento quotidiano del corpo.

Attraverso l’utilizzo dei doni e dei talenti che Dio mi ha dato, ho l’opportunità di trovare ed essere purificato dall’egoismo, l’invidia, il vivere davanti al cospetto delle persone e da tante altre cose che possono affliggere un essere umano e portare infelicità. Allora, non solo Dio può fare uno straordinario lavoro di trasformazione nella mia vita, ma la mia vita può anche benedire quelli che sono intorno a me perché sto imparando a servire di tutto cuore, da un cuore puro.

Scritture tratte da New King James Version®. Copyright © 1982 di Thomas Nelson. Utilizzate con autorizzazione. Tutti i diritti riservati.

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Questo opuscolo è basato sulle parole di Paolo in Galati 2:20: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me…” Qui Elias Aslaksen spiega cosa significa e come il lettore possa avere la stessa testimonianza di Paolo nella propria vita.